L’esperienza Romana nel diritto della Chiesa

Il rapporto del cristianesimo con la cultura romana, dopo un iniziale conflitto, si è trasformato in un proficuo scambio, che peraltro, ha permesso di conservare ancora oggi, una gran parte dell’ immenso patrimonio culturale dell’antichità.
In generale, l’azione della Chiesa, viene vista come demolitrice. In realtà, condividendo il pensiero del celebre romanista Biondo Biondi, esposto nell’opera Il diritto romano cristiano,  non si tratta di demolizione per costruire, ex novo, si utilizza invece il vecchio per il nuovo; chiese e basiliche sorgono sui templi pagani. La vecchia impalcatura sopravvive, vivificata però da uno spirito nuovo, in guisa che tutto l’ edificio risulta effettivamente diverso”.
Processo analogo che avviene per il diritto, scienza poco considerata negli intrecci tra le due culture, essendo sempre state privilegiate arte, storia e filosofia. Già nella tarda antichità, si capisce che nonostante la novità cristiana, non si può fare a meno della cultura precedente. Lo stesso Imperatore Giustiniano, nella sua compilazione, utilizza autori e materiale appartenente ad ogni epoca, pur privilegiando contenuti di carattere cristiano, a differenza del suo predecessore Teodosio, che crea invece un codice di leggi, esclusivamente cristiano. Si vede così, come Chiesa e Stato comincino a collaborare, influenzandosi a vicenda. Il diritto romano si modifica, per accogliere il messaggio evangelico e il diritto canonico prende il sistema giuridico di Roma per utilizzarlo secondo i suoi scopi. In particolar modo, per ciò che riguarda la disciplina matrimoniale.
In sintesi, utilizzando sempre le parole di Biondo Biondi: “Il diritto canonico formalmente sorge e si sviluppa in modo autonomo, ma in sostanza non è che la rielaborazione del diritto romano, secondo le correnti spirituali del medio evo e le esigenze della Chiesa in relazione ai suoi fini. La Chiesa dal diritto romano ha ricavato qualche cosa in più della tecnica e della terminologia, tanto che il diritto canonico, nel suo sviluppo, appare un correttivo, piuttosto che una entità estranea al pensiero giustinianeo.
Tali scambi ed “interferenze” sono molteplici. Per fornire un’idea di quanto sopra, a titolo di esempio si veda l’istituto matrimoniale, in particolare modo per ciò che concerne:
l’aspetto contrattualistico: entrambi gli ordinamenti intendono il matrimonio come un contratto, dotato però, a differenza di altre obbligazioni, di un carattere sacro. Il diritto canonico, amplia questo aspetto, considerando il matrimonio non solo sacro, ma un vero e proprio sacramento, poiché ha come autore Dio stesso. Per questo, a differenza del diritto romano, ne sancisce l’indissolubilità. L’unione formata validamente, per ciò che riguarda la sua durata, viene sottratta alla volontà degli sposi.
Essendo un contratto, sono necessari dei requisiti da possedere, che il diritto canonico riprende quasi integralmente dal diritto romano. Ovvero: l’età, l’assenza di un altro vincolo matrimoniale, la capacità di assumere gli obblighi delle giuste nozze e un consenso libero ed incondizionato.
il consenso come elemento costitutivo: su questo punto entrambi gli ordinamenti concordano. Anzi, il diritto canonico fa propria la tradizione giuridica romana, ritenendo esso superiore a qualsiasi prova per tabulas o alla semplice convivenza per mostrare l’esistenza del matrimonio. La deductio in domum non è sufficiente per la creazione del vincolo. Per il diritto romano è una delle tante manifestazioni del consenso, ma non l’elemento costitutivo. Medesima è la posizione della dottrina cattolica, che addirittura vieta la semplice convivenza, senza previa celebrazione di valide nozze.
Non essendo ancora chiaro se, in età romana, la natura del consenso sia iniziale o continuata, non si può affermare con certezza che il principio del consenso iniziale cattolico sia di derivazione romana. Quello che è certo è che, con l’avvento del cristianesimo, la volontà degli sposi deve essere manifestata all’inizio dell’unione. Principio che sicuramente è presente nel tardo impero, anche per l’ordinamento civile, probabilmente grazie all’influenza della “nuova” religione e che troviamo nel diritto degli stati  moderni.
le conseguenze giuridiche del consenso: trattandosi di un contratto, in entrambi i diritti, il consenso validamente prestato ha la funzione di creare un matrimonio valido (matrimonium iustum), che dà ad entrambi i coniugi diritti e doveri. Si crea una societas, che impone ad entrambi i coniugi la fedeltà, la coabitazione ed il mutuo soccorso e legittima i figli nati dalla coppia.
La violazione di questi principi può portare al divorzio nel diritto romano e alla separazione nel diritto canonico. E’ questa la differenza principale tra i due ordinamenti. La conseguenza di un consenso valido nel matrimonio romano, porta alla creazione di un valido, che può però essere sciolto, secondo la stessa volontà dei coniugi. L’effetto derivante da un valido matrimonio canonico è la sua perpetuità ed indissolubilità, quindi la libera volontà iniziale, non può più essere modificata. La Chiesa, obbedendo al precetto divino, ha codificato questa norma di legge e ne individua la ratio nel mutuo soccorso e nella stabilità che così si garantisce alle singole famiglie e, come riflesso, alla società intera. Come visto nei capitoli precedenti, la stessa società romana, a causa della facilità dei divorzi ha dovuto trovare un correttivo al sistema, attraverso la Lex Iulia, per evitare che l’intera società fosse esposta a dissoluzione e perenne instabilità.
– il ruolo dei genitori: nel diritto romano il consenso deve provenire dagli sposi, ma la loro decisione è comunque legata all’ avvallo dell’ auctoritas del pater familias. Un tale condizionamento ha portato, nei secoli passati, a matrimoni infelici, proprio per la libertà limitata nella scelta dell’altro coniuge. L’avvento del cristianesimo ha influito positivamente su quest’aspetto, portando già la legislazione tardo imperiale a mitigare il ruolo dei genitori nelle scelte dei figli. Nonostante ciò, i matrimoni “combinati” dalle famiglie, per fini diversi, da quelli propri dell’istituto, sono stati una realtà assai frequente nel corso dei secoli. E’ solo grazie all’intervento della Chiesa, che il sistema sociale, seppur lentamente, è arrivato a stabilire definitivamente l’indipendenza dei nubendi di fronte al matrimonio. Si veda, tra gli esempi più forti, il cosidetto decreto “Tametsi” del Concilio di Trento.