Nel continuo rimpallo di responsabilità sulla crisi sarebbe giusto, per il bene innanzitutto di quello straordinario patrimonio di piccole e medie imprese ossatura portante dell’economia italiana, che tutti i protagonisti nella creazione di valore decidessero finalmente di sottoporsi, senza ulteriori esclusioni e palliativi, ad un autentico esame di coscienza, a partire proprio da chi ricopre i ruoli di massima responsabilità, insomma da quegli eroi dei capannoni orgogliosi di alzarsi prima del canto del gallo e di tornare a casa a notte fonda. La litania delle scuse è infatti ormai nota. Un giorno sono le tasse troppo alte, un giorno è la concorrenza cinese sleale, un giorno sono i sindacati che rompono le scatole, un giorno è il costo dell’energia troppo alto, un altro ancora è l’euro, un altro ancora è tutta colpa delle banche ma mai, mai una sola volta che si sentisse, udite udite, un bel sano mea culpa con tanto di scuse e rinnovate buone intenzioni di cambiare, stavolta sì per davvero. No, non sia mai, è sempre colpa degli altri, anzi no della politica, il più verde degli evergreen nella classifica dei capri espiatori. Insomma l’intramontabile “piove, governo ladro” sembra essere nella maggior parte dei casi l’analisi sbrigativa di una casta troppo spesso chiusa nella propria vuota e dogmatica autoreferenzialità, ripiegata in una inutile autocommiserazione da veterani nostalgici che vedono la propria autorità svuotarsi ineluttabilmente di ogni autorevolezza.
Intendiamoci, è fin troppo evidente anche alle tre scimmiette che la pressione fiscale è ormai da anni a livelli inaccettabili, che le banche non svolgono più da tempo la loro funzione precipua atta a erogare credito alle imprese e che i sindacati sono troppo spesso ancorati a posizioni anacronistiche volte a ingessare il mercato del lavoro più che a tutelare i lavoratori. Ed in tutto ciò e altro ancora la responsabilità è, senza se e senza ma, di una politica colpevolmente debole, volontariamente depauperata della sua funzione ed intenzionalmente estromessa dal suo ruolo centrale anche grazie a quei geni ultraliberisti che all’urlo di “meno stato nell’economia, meno stato nella società” hanno ottenuto l’effetto opposto di quello che si prefiggevano causando la distruzione di interi segmenti dell’economia nazionale. Ma sostenere che l’impossibilità di fare impresa, di stare sul mercato e competere sia dovuta esclusivamente a tali cause è totalmente falso e pretestuoso come la storiella dello scolaretto senza compiti a causa del gattino dispettoso che glieli ha irrimediabilmente danneggiati.
Ecco quindi che la (quasi) infallibilità del capo in forza dell’esperienza è una tesi vacillante più che un dogma soprattutto in un contesto globale dove le classiche ricette del sciur brambilla rischiano di rivelarsi sempre più inadeguate ed inefficaci. Per ripartire davvero è perciò necessario un cambio di passo preceduto da un indispensabile bagno di umiltà. Non possiamo certo continuare a competere con gli strumenti e i metodi adottati nel passato e anche gli assetti organizzativi devono essere rimessi in discussione dalle fondamenta. La tecnologia di per sé è solo un mezzo che facilita e rende più rapido lo svolgimento dei processi ma non è la panacea per ridurre i costi. Tutti i maggiori esperti sono ormai concordi sul fatto che l’automazione consenta di eseguire meglio e più velocemente lavori dal basso contenuto di valore aggiunto. Contrariamente a quanto sostenuto per anni, dunque, c’è e ci sarà in futuro sempre più bisogno di teste che di braccia. Gli imprenditori devono rendersi conto che spesso dall’interno è molto difficile, se non impossibile, analizzare con oggettività un sistema complesso ed effettuare la successiva diagnosi dei problemi causati da questo cambiamento epocale. Perciò sarebbe opportuno che anche le piccole e medie imprese si aprissero maggiormente ad un management scelto dall’esterno su base meritocratica prima ancora che fiduciaria. Attrarre nuovi talenti poi non può più essere solo sinonimo di un mero inserimento di giovani dall’alto potenziale da formare internamente ma deve diventare un processo bidirezionale nel quale proprio chi è più fresco di studi e quindi meno fossilizzato molto spesso ha una maggiore propensione a trovare soluzioni diverse e innovative. In tutto ciò appare evidente come anche il concetto di gerarchia interna nell’impresa necessiti una profonda rivisitazione critica dove a sostituire la figura del dipendente che timbra il cartellino con un orario fisso debba essere quella del collaboratore che viene valutato secondo indicatori relativi al raggiungimento degli obiettivi ed alla qualità del suo lavoro, e certamente non a seconda della quantità di tempo durante il quale scalda la sedia in ufficio.
La soluzione per continuare a competere dunque esiste già. Chi guida le piccole e medie imprese italiane deve decidere se continuare sulla strada dello sbandierato eroismo e, quando gli va male, dell’autocommiserazione, oppure se ha intenzione per davvero di gestire il cambiamento da protagonista con una rinnovata responsabilità nonostante le tante e diverse avversità che dovessero immancabilmente profilarsi all’orizzonte. Quel giorno allora le statistiche sui giovani laureati che scappano all’estero o che decidono di farla finita in un Paese che non sa e non vuole valorizzarli inizieranno finalmente ad invertire la loro attuale drammatica tendenza.