Arriva da fonti locali Cecene, poi confermate da Amnesty International Russia e dalle testimonianze di alcune vittime, la notizia della apertura di alcuni campi di tortura per uomini sospettati di essere gay. I primi rapporti parlano di sevizie mentali e fisiche, anche con l’utilizzo di elettroshock; un centinaio le persone internate, e ogni giorno il numero delle vittime continua ad aumentare.
Immediati i paragoni con i campi di sterminio dell’era nazista, nei quali decine di migliaia di omosessuali furono sterminati di fianco ad ebrei, disabili, e chiunque non fosse ritenuto accettabile nella ‘società ariana’. Nelle molte manifestazioni di rabbia della comunità LGBT è stato adottato il triangolo rosa rovesciato, simbolo che gli omosessuali internati nei lager nazisti erano obbligati a portare. A Londra un grande triangolo rosa è stato ricoperto di fiori davanti all’edificio che ospita l’ambasciata russa, a sottolineare la presunta complicità del governo federale di Mosca, che negli anni ha anch’esso varato leggi omofobiche. Anche a Milano è avvenuto un presidio di solidarietà davanti al consolato russo in piazza Esquilino.
A settant’anni di distanza dell’era hitleriana la comunità internazionale sembra ancora una volta (volutamente?) impotente di fronte a questo nuovo affronto alla decenza. Facile girare la testa dall’altra parte, o credere alle smentite del governatore della Cecenia. Facile ignorare il fatto che alcuni politici russi si sarebbero dichiarati apertamente favorevoli alle pratiche descritte dal rapporto di Amnesty, o che una giornalista che ha riportato la notizia ora tema per la sua vita.
Eppure, davanti alle atrocità dell’ISIS tutto il mondo si indigna e ne finanzia la resistenza armata; è forse sbagliato per la comunità LGBT aspettarsi di più dalla comunità internazionale in risposta alla sistematica tortura e sterminio dei propri membri?
L’unica certezza, per ora, è che il triangolo rosa dovrà essere tirato fuori dalle teche dei musei.