Anche quest’anno non troviamo nessuna azienda italiana collocata tra i migliori ambienti di lavoro al mondo – commenta l’Amministratore Delegato di Great Place to Work Italia Alessandro Zollo -. Lo stesso era accaduto nella classifica europea pubblicata lo scorso anno, e così pure gli anni addietro.
Niente, non ne vogliono proprio sentir parlare imprenditori, parti sociali, politica. Sono discorsi utopici, da visionari americani. Teoria inapplicabile in un Paese dove il lavoratore dipendente è ancora troppo spesso culturalmente inquadrato come uno scolaretto da sorvegliare e talvolta da “rimettere in riga”, un lazarùn che vive sulle spalle del paròn gravato da mille problemi e responsabilità. Complice un livello di istruzione e scolarità tra i più bassi d’Europa di manager e imprenditori alla guida di un sistema di piccole e medie imprese che per loro stessa natura tendono a favorire professionalità di nicchia ed esperienza consolidata, innovazione e cambiamento a livello organizzativo sono quindi, nella stragrande maggioranza dei casi, viste come una potenziale minaccia ad un assetto forse obsoleto ma pur sempre funzionante, piuttosto che necessarie leve per crescere e competere.
Del resto, didascalico a tal proposito è l’esempio del fondatore di una nota impresa italiana famosa in tutto il mondo per la sua crema spalmabile alla nocciola, il quale non nutriva simpatia per i manager, che cambiava spesso, sceglieva di persona i dipendenti, parlava in dialetto e diceva: “Mi raccomando pochi laureati perché più studiano, più diventano stupidi”. E come lui molti altri, grandi e piccoli, dal Piemonte al nord est passando per la Brianza, e tanti saluti ad università, sacrifici, nottate sui libri, weekend in casa e vacanze studio (che di vacanze poi restava solo il nome). Perché il merito in Italia si adatta e si sistema a seconda della misura e dello scopo, come una poltrona sacco. Il dipendente, fin da neoassunto, di capacità di adattamento deve eccellere. Se fino al giorno prima voto di laurea e lingue sono elementi imprescindibili in fase di selezione per l’HR di turno, dal momento dell’assunzione testa bassa dietro al capo ad imparare, e non fa nulla se poi quello parla il dialetto e a mala pena ha finito le professionali perché si sa, lavorare è ben altra cosa che studiare. Non occorre pensare, anzi può essere controproducente. Bisogna fare, produrre, ordinare, essere operativi perché in fin dei conti c’è più bisogno di braccia che di teste. E tutto sommato come dare torto a chi, interrogato in merito, si difende rispondendo che in Italia si sono visti imprenditori con la terza media fare impresa e dar da mangiare a migliaia di lavoratori e professori con due lauree e PhD andare al Governo e far chiudere migliaia di aziende.
D’altra parte i sindacati a loro volta sono stati sempre degni comprimari di una situazione che li vede immancabilmente protagonisti in prima linea di una contrapposizione sterile, volta quasi esclusivamente a strappare qualche euro in più in busta paga, attentissimi a blindare orari, ferie e permessi, zelanti nel puntellare rigidi perimetri di competenza e responsabilità dei ruoli. Anche il lessico ha conseguentemente risentito di questo clima dove l’imprenditore diventa quindi il “padrone” sfruttatore da cui difendersi guardinghi, sempre pronti ad abbaiare rivendicazioni, solerti custodi dell’ortodossia luddista. Scarsissima invece l’attenzione a sollecitare e incentivare lo sviluppo della persona nell’impresa, la sua realizzazione sul lavoro.
Un sistema che, dietro sbandierati proclami, manifestazioni e slogan, ha di fatto favorito e consentito il consolidarsi di un modello organizzativo rigido, verticista, brutta copia di una caserma. Poco o nulla viene lasciato all’iniziativa personale. Ingegno e creatività rimangono quindi ottime virtù a cui dar sfogo nel tempo libero, fuori dall’orario di lavoro.
Si è così consolidata nel tempo quella tacita alleanza che ha fatto comodo per tanti anni agli uni ed agli altri, lavoratori e datori di lavoro. Un gioco delle parti insomma, alla Don Camillo e Peppone, che probabilmente ha funzionato bene per decenni garantendo un certo equilibrio ma che ora mal si concilia con i modelli organizzativi necessari per competere nel mercato attuale e futuro. Peccato infatti che se per decenni si è cercato di meccanizzare il lavoro, o meglio il lavoratore, rendendolo sempre più simile ad un automa spersonalizzato, dai compiti predefiniti e assegnati all’interno di rigidi schemi, flussi e procedure con l’illusione di aumentare la produttività, ora ci ritroviamo, ironia della sorte, macchine sempre più umanizzate, robot antropomorfi, automi che fanno a gara a somigliare e conseguentemente a sostituire l’uomo. Il lavoro ha cambiato muta, nella sostanza innanzitutto, non è più un insieme di attività che si estrinsecano in mansioni da svolgere ma richiede il contributo policromo di idee, la commistione delle competenze più varie tenute insieme dalla passione, dalla necessaria tensione verso il raggiungimento di un obiettivo che decreta il successo di un’intera squadra. In questa nuova ottica, dunque, ingegno e creatività diventano le principali leve per competere nella realizzazione di un prodotto o nell’erogazione di un servizio originale e innovativo. Tutto ciò non può ovviamente nascere tra cartellini da timbrare, orari prestabiliti, gerarchie verticali, vincoli e autorizzazioni. E’ quindi necessario un cambiamento – questa è la vera sfida – del paradigma di lavoro, una vera e propria rivoluzione copernicana negli assetti organizzativi e nelle dinamiche dell’impresa.
Il giorno che questo cambiamento inizierà ad essere adottato davvero allora nella classifica dei “Best Place to Work” inizieranno a comparire anche imprese italiane, quelle che ancora esisteranno.

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