In una società che pretende sempre il meglio dalle persone e punta a un progresso tanto inarrestabile quanto sterile, le aspettative rischiano di turbare la nostra serenità.
Più che con la felicità, più che con i nostri cari, quotidianamente dobbiamo fare i conti con noi stessi e con le nostre aspettative. Fin da quando abbiamo la facoltà di parlare una delle prime domande che ci vengono poste è: Cosa vuoi fare da grande?. C’è chi risponde l’astronauta, chi il dentista, chi il calciatore, chi – vedendo la fatica sul volto dei genitori – risponde che vuole fare il pensionato. Fin da subito, insomma, il futuro entra a far parte del nostro presente con prepotenza. Lo scrittore spagnolo Javier Cercas, autore di romanzi quali I soldati di Salamina e Il sovrano delle ombre, dice che pensare al presente senza il passato equivale al pensare a un presente mutilato. Ma a pensarci bene la stessa cosa vale per un presente separato dal futuro. Sono concetti utili soltanto per coniugare i verbi.
Ed è a partire da una domanda tanto incoraggiante quanto pericolosa che nascono le aspettative, in direzione delle quali agiamo e ci muoviamo. Scegliamo la scuola più adatta allo scopo, decidiamo se fare o meno l’università e, nel caso, quale università frequentare, in quale città vivere, capiamo se è necessario emigrare o possiamo tentare di restare. Raggiunto un obiettivo pensiamo immediatamente al passo successivo. Si tratta spesso di un percorso infinito. Ogni generazione deve fare meglio di quella precedente, deve guadagnare di più, vivere sempre più lontano dalle periferie e più vicino al centro della città. Il rischio che corriamo è quello di arrivare a mandare tutto all’aria, come finisce per fare Arturo Bandini – protagonista, tra gli altri, di Chiedi alla polvere di John Fante – col suo sogno di diventare uno scrittore acclamato.
Eppure è proprio grazie a questo desiderio se ci diamo da fare, se lavoriamo duro. D’altra parte se Arturo non avesse sognato di scrivere un grande romanzo non si sarebbe messo mai alla macchina da scrivere, non avrebbe dedicato tutto sé stesso in quell’attività. Ma non è destinato alla grandezza, come dimostrano i suoi insuccessi, bensì all’irrequietezza. Non a caso Bukowski diceva che un poeta ha bisogno del “tormento” quanto della sua macchina da scrivere. Ma perché è tanto difficile pensare di fare una cosa per il semplice gusto di farla? Perché è così difficile accontentarsi? Forse non rientra tra le nostre capacità. Una volta Stephen Hawking ha detto che “è quando le aspettative sono ridotte a zero che si apprezza veramente ciò che si ha”.
Ma forse più di tutti aveva ragione il poeta francese Paul Valéry quando disse che “un uomo è intelligente quando manifesta una certa indipendenza dalle comuni aspettative”. Già, forse il problema sono quelle aspettative comuni, derivate da un’idea di vita che assimiliamo appena siamo in grado di intendere e di volere. Già in quella domanda che citavo all’inizio – Cosa vuoi fare da grande? – si annida la trappola, una domanda che ha imposto a noi tutti l’idea che siamo destinati a grandi cose. Ma, come l’esperienza quotidianamente ci suggerisce, il mondo non lo permette. A grandi cose sono destinati soltanto pochissimi di noi. Cosa succederebbe se alle nuove generazioni risparmiassimo questa domanda? Se non sobbarcassimo le loro spalle delle insoddisfazioni che ci portiamo dietro? Forse dovremmo solo far loro capire che, come diceva Tolstoj, il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa.

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