Molte aziende continuano a chiudere, ma tante sono le start-up nel nostro mercato, soprattutto di imprenditori stranieri. Encomiabile la volontà di inserirsi nel mondo lavorativo e nel mercato economico con una capacità di intraprendenza che diverrà utile per il bene comune. Questa volontà, frutto di motivazioni personali che spingono all’azione commerciale, non dovrebbe prescindere mai da un consapevole senso di appartenenza ad una collettività composta da plurimi soggetti ricchi soprattutto di debolezze umane, eticamente superabili. Quindi l’aspirante imprenditore non può limitarsi a credere che fare impresa significhi soltanto riconoscersi nella definizione che recita nell’art. 2082 del codice civile: “E’ imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi”. L’aspirante imprenditore si informa sicuramente circa il percorso da seguire per diventare un valente operatore sul mercato, per saper gestire la propria realtà aziendale con quella conoscenza di tutti gli strumenti, tecnico-amministrativi, idonei alla realizzazione pratica del proprio “progetto impresa”. Nella competizione commerciale, i risvolti dell’attività imprenditoriale non possono riguardare soltanto i più ambìti risultati di personalissimo vantaggio di natura esclusivamente “economico-monetario”, ma anche di vantaggio più esteso e soprattutto di “rispetto sociale e ambientale. Quindi è importante responsabilizzarsi, analizzando le future conseguenze sociali delle azioni e delle scelte decise oggi, evitando cecità di lungo periodo. E’ utile sottrarsi a comportamenti condizionati dagli obiettivi proiettati verso una massimizzazione del maggiore profitto centrato solo sul “ritorno quantitativo” da ottenere. Se si muovesse soltanto con avidità, l’agente economico, essendo persona umana, tenderebbe spontaneamente ad “avere” o “volere” una quantità illimitata di qualunque cosa, creando così problemi di squilibrio sull’intero sistema economico. Sapere individuare ciò che è bene distinguendolo da ciò che è male, non ha un significato etico sterile e astratto, bensì significa saper essere saggiamente oggettivi tanto da salvaguardare l’esistenza del benessere progredente. Oggi, infatti, si parla molto della responsabilità sociale dell’impresa. L’aspirante imprenditore, operando quindi all’interno di un ampio contesto di interessi diversificati, dovrebbe istituire la propria realtà lavorativa legittimata da valori etici da condividere con la collegialità che lo circonda: collaboratori, fornitori, clienti, senza dimenticare il contributo economico-morale di una intera comunità. L’impresa è anche la composizione di relazioni umane, che contribuisce alla crescita della società, per mezzo delle regole di cooperazione e mutuo rispetto sia all’interno di essa, sia all’esterno. E’ una missione economica, politica e morale, in una tripartizione simbiotica dove ogni parte non potrebbe sopravvivere a lungo prescindendo dalle altre. Per l’impresa si rivela vantaggioso rispettare il cliente/utente, considerandone le esigenze. Rispettare e valorizzare le risorse umane, finanziarie, ambientali, infrastrutturali, che utilizza. E’ vantaggiosa l’attenzione per un’attività gestionale dove la funzionalità si immerge nel progetto di sviluppo con obiettivi economico-sociali che corrispondono al bene comune. La responsabilità generalizzata di cooperazione consapevole e leale tra imprenditore, lavoratore, consumatore, comporterebbe risultati importanti per una società capace di prevenire qualsiasi tipo di conflittualità, in un fragile destino umano da tutelare. Nell’impresa è fondamentale il ruolo della leadership manageriale, in grado di “guidare” l’agire di ogni individuo che è partecipe nell’organizzazione della stessa, creando gratificante coesione nell’insieme delle attività, quindi ottimizzando il processo produttivo. In questa attuale visione, circa la responsabilità sociale dell’impresa, coesistono due posizioni differenti tra i più attenti osservatori civici che inclinano a riflessione critica. La responsabilità di cui si parla è anche il prodotto sensibile di un particolare momento evolutivo del progresso civile, che ha indotto anche il legislatore a normare taluni comportamenti imprenditoriali, affinché si rispettino quelle posizioni dell’utenza più debole, in qualità di consumatore. Ora ci si chiede: l’imprenditore è giunto a responsabilizzarsi maggiormente perché convinto “in cuor suo” che sia giusto e doveroso condurre in modo etico il proprio operato, rispettando consumatori e ambiente, oppure agisce perché l’espressione manifestata da questa nostra fase epocale ha prodotto una normativa coercitiva da rispettare? E ancora: l’imprenditore che contribuisce ad attuare anche iniziative di valore etico, di utilità sociale, che poi sono fatte emergere per mezzo di una efficacissima comunicazione pubblica, agisce veramente con spirito di solidarietà umana e puro senso civico, oppure coglie l’occasione in modo strategico e profittevole per rafforzare la reputazione aziendale, rinforzandone l’immagine, ottenendo apprezzato consenso con visibilità nella concorrenza di mercato, incrementando notevolmente il proprio interesse? Si potrebbe dibattere confrontandosi forse all’infinito, ma in quest’ultimo caso possono convivere due verità, dove comunque non viene commesso alcun illecito da parte dell’imprenditore. La condizione ottimale sarebbe che ogni imprenditore, con la coscienza di chi, credendo nel proprio progetto e proiettandosi nel proprio futuro, si veda come portatore di valori utili per il bene comune, ma così agendo, utili anche all’orgoglio della propria autostima. Quindi senza sottovalutare ogni sua decisione, si convinca dell’importanza di quello che egli stesso realizzerà, incidendo sia nel presente che sul futuro di tutti. E soprattutto, se la convinzione intima e sincera è supportata dall’intelligenza più saggia, diventerà il sano imprenditore che, dialogando coi suoi colleghi, concorrenti compresi, creerà un contagio a catena per un profitto di cui ognuno potrà vantarsi per sempre, come un DNA da trasmettere. Ma le questioni etiche dell’impresa sono riconosciute anche dalle realtà economiche degli stranieri, soprattutto cinesi, che investono nella nostra Italia?