La Traviata ieri ha fatto un fiascone e peggio, hanno riso…” La vera pena per Giuseppe Verdi non fu certo vergare queste righe all’amico Angelo Mariani, direttore d’orchestra che tanta importanza ebbe nella vita del Cigno di Busseto. No, ad abbatterlo fu proprio il dileggio con cui gli spettatori della Fenice di Venezia il 6 marzo 1853 accolsero la prima esecuzione dell’opera. Cosa non piacque? Il tema “indecente”? L’esecuzione dei cantanti? “Il tempo giudicherà”, scrisse Verdi in un’altra missiva.
Le pagine della Traviata si leggono oggi nel grande libro del Teatro d’Opera, uomini e donne pagano anche centinaia (se non migliaia) di euro o dollari per ascoltarla nelle platee o nei palchi di tutto il mondo, ma difficile pensare che nei giorni del ghigno e dello scherzo il Maestro avesse al centro dei suoi pensieri il motto latino secondo cui musica medicina animae.
Se i più alti capolavori nascono dalle ceneri del fallimento popolare, la Storia ci racconta che dalla pancia del più raffinato appassionato d’opera si esprime sovente soltanto una gutturale crisalide che ha bisogno del suo tempo per trasformarsi in rispettosa riverenza verso quelle stesse note, quegli stessi libretti, quello stesso cantato.
«I maggiori flop sono diventati grandi successi perché proprio in queste composizioni la carica di modernità e di innovazione drammatico-musicale raggiungeva picchi elevatissimi – sostiene Gabriele Formenti, giovane e affermato musicologo, nonché giornalista e scrittore –. I flop delle loro opere sono il maggior complimento che i loro autori potessero ricevere all’epoca, perché significano solo una cosa: che l’innovazione, la musica, il messaggio erano di qualità altissime. Tutte ragioni confermate poi nel corso degli anni e dei secoli. A tal proposito mi viene sempre in mente la famosa frase di Gustav Mahler: “Mein Zeit Wird Kommen”, cioè “il mio tempo verrà”.»
Per la cronaca, lo stesso Verdi avrebbe bissato l’insuccesso con il Simon Boccanegra, sempre a Venezia, il 12 marzo di quattro anni più tardi. Questa volta con un aplomb ben più fatalista. “Sì ho fatto fiasco, vedremo in seguito chi ha avuto torto, di contro il Carnevale è stato molto bello”, il suo commento di quella serata.

Il genio dei geni e la “furbata” di Rossini
Meno di un secolo prima la stessa sorte era capitata perfino al genio dei geni della Grande Musica, Wolfgang Amadeus Mozart. Dopo l’ascolto del Ratto del Serraglio, l’Imperatore Giuseppe II (e tutta la corte musicale dietro il suo mantello) lo apostrofò con un: “Troppe note caro Mozart”. Il compositore, certo non un professore di cautela, rispose con un audace: “Sire, non una di troppo”.
L’evento si replicò col Don Giovanni. Osannato a Praga, contestato a Vienna, dove venne ritenuto oltraggioso in quanto prevedeva la morte finale del protagonista, snodo inaccettabile in quanto, quale rappresentante della nobiltà, poteva far sobillare il popolino contro l’aristocrazia fino alla rivoluzione. Di nuovo l’Imperatore: “Il Don Giovanni non è pane per i denti dei miei viennesi”. E di nuovo la lingua lunga del piccolo grande salisburghese: “Dategli tempo per masticarlo”. E anche voi vi renderete conto che razza di musica ho scritto. Quest’ultimo sottinteso, certo.Per il resto Mozart divenne avvezzo ai flop che a un certo punto non ci fece più caso, così sorretto dalla convinzione della sua imperitura grandezza. I sei quartetti ad archi dedicati ad Haydn, ormai unanimemente considerati tra i suoi lavori più alti per bellezza e complessità compositiva, si persero dopo la prima esecuzione (1783) perché considerati eccessivamente dotti e ricercati, tanto che alcuni musicisti erano convinti che certi temerari passaggi armonici altro non fossero che dei refusi sulla stampa della partitura. Pensate che il genio si sia avvilito?
Sorte non migliore capitò a Ludwig Van Beethoven il cui (unico) songspiel Il Fidelio fu sonoramente fischiato a Vienna (soprattutto per la sua lunghezza) nel 1805 e ritirato dallo stesso musicista. Com’è andata a finire? Un indizio: con quale rappresentazione La Scala di Milano aprì il 7 dicembre 2014 la sua nuova stagione sotto la direzione del grande Daniel Barenboim e la regia di Deborah Warner?

Gioacchino Rossini
Gioacchino Rossini

Quando poi scendono in campo gli ultras la vicenda si fa addirittura comica. Gioacchino Rossini era certo di aver scritto con il Barbiere di Siviglia un’opera accattivante, anche se in poco più di dieci giorni. Così, in qualità di direttore del San Carlo di Napoli, la presentò in prima battuta (1816). Mal gliene incolse. Il pubblicò, adoratore di Giovanni Paisiello e del suo Barbiere di Siviglia, lo sommerse di grida e fischi. Rossini, tutto tranne che uno sprovveduto, aveva addirittura pensato di modificare il titolo in Almaviva, o sia l’inutil precauzione, ma ccà nisciun è fess dimostrò evidentemente il pubblico. Se oggi pensate a quell’opera, a chi la attribuite?

 

Il flop più rumoroso
Piansero (almeno metaforicamente) Georges Bizet con la Carmen e Giacomo Puccini, per la cui Madama Butterfly alla prima della Scala, Giulio Ricordi parlò addirittura di grugniti, muggiti, barriti, sghignazzate e uscita dal teatro accolta come una liberazione da parte del pubblico. Il fiasco più clamoroso, secondo Formenti, perché «Puccini oggi è forse l’operista più amato a livello mondiale, il vero e primo compositore “moderno” italiano in senso assoluto. Il fatto che la sua Butterfly non fu compresa ha varie ragioni, fra le quali penso proprio la sua ambientazione “internazionale”. Un respiro che all’epoca era davvero avanti negli anni…».
Tanto per gradire, per l’ultima Prima in ordine di tempo della stagione scaligera, Riccardo Chailly ha concluso l’operazione di risarcimento di Puccini proprio dirigendo la full version originale dell’opera al tempo “grugnita, muggita e barrita”.

Amico vade retro
All’adagio “dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io” dovette credere Claude Debussy. Il pianista-compositore francese, stella del nuovo simbolismo musicale, aveva appena finito di musicare il Pelléas et Mélisande del poeta e drammaturgo Maurice Maeterlinck quando si trovò a subire un scena tanto surreale quanto angosciosa. Ebbe il torto di avallare la scelta del direttore dell’Opéra-Comique di Parigi di affidare il 30 aprile 1902, data della Prima, l’esecuzione alla scozzese Mary Garden in luogo di Georgette Leblanc, per oltre una decade la compagna dproprio i Maeterlink. Non l’avesse mai fatto.
Maeterlink prima scrisse a Le Figaro (“Sono costretto a sperare che sarà un fallimento clamoroso e rapido”), poi si fece trovare all’ingresso del teatro a distribuire al pubblico volantini violentemente offensivi contro il lavoro e per completare l’opera pagò una claque di disturbatori. Riuscì in modo eccellente nell’intento. La critica parlò di “brutto rumore”, il pubblicò fischiò e il titolo venne immediatamente soppresso dal cartellone.

La donna che ci restituì Elgar
Talvolta la caduta è stata presa a pretesto dallo stesso autore. Come nel caso di Edward Elgar, l’autore delle celeberrime Pomp and Circumstance Military Marches, ma la cui musica al termine della Prima guerra mondiale era considerata un suono del mondo vecchio e sorpassato. Il baronetto scrisse nel 1919 un Concerto per violoncello (passato alla storia come op. 85). Un’autentica débâcle l’esordio, dovuta anche a un inadeguato tempo per le prove, l’Observer scrisse che l’orchestra suonò come un lamento e che nessuno sembrava avere la minima sensazione di cosa il compositore aveva voluto esprimere. Il pezzo venne dimenticato. Ma non da Elgar, che reagì inserendo proprio quel concerto come lavoro finale della sua carriera, nonostante nei successivi quindici anni di vita scrisse anche altro.
Per decadi e decadi della memoria intera di Elgar venne fatta carta straccia dimenticata in un solaio. Poi, nel 1965, bastò una registrazione dell’indimenticata Jacqueline du Pré, grande virtuosa britannica del violoncello (la cui fine tragica ancora ci offende). Bastò la sua esecuzione. Arrivata a noi come leggendaria, definitiva e irripetibile. Improvvisamente sbocciarono tutta la malinconia, l’elegia e l’atmosfera autunnale della composizione, quasi un consapevole canto d’addio dello stesso autore. Presto sarebbe passata via lei per una forma maligna di sclerosi multipla che ne bloccò la carriera a 28 anni e la vita a 42. Ma questa donna, raccolto il foglio del fallimento del grande artista, era riuscita a individuarne la grandezza e lo rese immortale.