Facciamo un gioco. Per quanto la richiesta necissiti – so bene – di uno sforzo immane, proviamo a fermarci un istante. Spegniamo la televisione, mettiamo il cellulare in modalità silenziosa e disattiviamo la vibrazione. Chiudiamo gli occhi e pensiamo a dove vorremmo essere, a cosa vorremo fare. Io, per esempio, mi vedo a bordo di una vecchia Cadillac rossa decapottabile su una strada a ridosso del mare nel Big Sur, in California. Il vento mi spettina i capelli e il sole mi scalda la pelle. In bocca, il sapore della salsedine si mescola al gusto della libertà.
Già, la libertà, un desiderio innato nell’essere umano, fin dalla sua nascita all’alba dei tempi. Non è naturale invece l’accostamento di un tale bisogno a un automobile che sfreccia su una strada asfaltata. Dove è nata questa immagine? Perché mi è venuta in mente? Rispondere in modo univoco a queste domande è impossibile, perché tale accostamento è senza dubbio il frutto dei libri che ho letto, dei film che ho visto, delle pubblicità che mi sono passate davanti agli occhi. È, insomma, il frutto della cultura in cui sono nati, di una cultura che ha forgiato i miei primi pensieri, che ha influenzato le mie scelte, che ha plasmato i miei sogni. Un cultura che non ha ancora avuto il coraggio di affrontare la questione del cambiamento climatico e che – imperterrita, miope e limitata – continua a diffondere stili di vita votati alla rovina dell’ambiente.
Questo è quanto sostiene il grande scrittore indiano Amitav Ghosh nel suo nuovo libro, “La grande cecità” (Neri Pozza), una raccolta di tre saggi sul “cambiamento climatico e l’impensabile” nati da un ciclo di lezioni all’Università di Chicago nel 2015. “Che il cambiamento climatico getti sul paesaggio della finzione letteraria un’ombra assai più ridotta di quella che getta sull’arena pubblica è facilmente verificabile”, scrive Ghosh, sottolineando la cecità degli scrittori, incapaci di trattare l’argomento nei loro romanzi. “È come se nell’immaginazione letteraria il cambiamento climatico fosse in qualche modo imparentato con gli extraterrestri o i viaggi interplanetari”. Il fatto è che si tratta di un problema importante, “e se l’urgenza di un argomento è un buon criterio per valutarne la serietà, be’, visto ciò che lascia presagire per il futuro della terra, credo che il cambiamento climatico dovrebbe essere la maggior preoccupazione degli scrittori di tutto il mondo”. Eppure, come nota con amarezza lo scrittore indiano, così non è.
Se gli scrittori, se coloro che sono attivamente impegnati nella produzione di cultura, si ostinano non aprire gli occhi, la situazione non può che peggiorare e difficile sarà uscire da quest’epoca, che Ghosh ha definito l’era della grande cecità. Noi siamo ormai abituati a pensare che la politica non ci riguardi, che le cose importanti accadano altrove, che gli strumenti per cambiare il mondo ci siano sfuggiti dalle mani secoli fa. Ma, ancora una volta, così non è. Sì, perché in fin dei conti, a creare l’inquinamento e l’effetto serra sono quelle industrie che, mansuete e ubbidienti, lavorano per noi, producendo incessantemente ciò che desideriamo, ciò che la cultura ci spinge a desiderare. L’unico scrittore che ha trattato l’argomento in un romanzo forse è Bruno Arpaia in “Qualcosa, là fuori” (Guanda 2016), libro probabilmente sconosciuto all’autore indiano. Un romanzo e che illustra le estreme conseguenze del cambiamento climatico già in atto e mostra un mondo stravolto, per certi versi, molto simile al nostro. Ma perché un romanzo del genere, con tutte le carte in regola per diventare un caso letterario, è uscito in sordina? Perché non si è creato un dibattito serio intorno a questo volume? I nostri occhi sono chiusi, come chiusi sono gli occhi di quelle persone che dovrebbero aiutarci ad aprirli. Il dado è tratto, ma forse abbiamo il tempo per un’ultima mano, e sarà quella decisiva.